The first 200 lines.
Commento del regista John Madden -
È decisivo il modo in cui si inizia a dare informazioni al pubblico.
Gli spettatori si aspettano di capire i termini, le regole, le convenzioni.
Di solito non mi piace inserire la sequenza dei titoli all'inizio,
ma in questo caso è stato utile
perché l'inizio del film avviene in un momento specifico.
Volevo creare una sensazione di vuoto, di tabula rasa.
Tutti sanno cosa significhi guardare la TV
senza pensare a niente in particolare.
Ti svuota la mente.
Così facendo ho potuto presentare un problema, chiamiamolo così,
una contraddizione
tra un mondo colorato pieno di energia e movimento
e un mondo monocromatico, vuoto e statico,
in cui non si riesce ad andare né avanti né indietro.
Inoltre ho potuto definire la tecnica usata per sviluppare la trama,
che è fatta di salti temporali.
È stato interessante unire vari elementi
per trarre un film dall'opera teatrale.
Per me e Gwyneth Paltrow è stato un doppio rincontro:
avevamo lavorato assieme sul set, in Shakespeare in Love,
e in teatro, mettendo in scena quest'opera a Londra.
L'occasione è nata proprio durante le riprese di Shakespeare in Love.
La famiglia di Gwyneth lavora nel settore.
La madre è un'attrice e il padre ha fatto il produttore e lo sceneggiatore.
Gwyneth è cresciuta nel mondo della recitazione,
ma non ha mai frequentato una vera scuola di recitazione
e non ha lavorato molto in teatro.
Ha partecipato un paio di volte con sua madre al Williamstown,
un festival che si tiene tutte le estati nel Massachusetts.
A volte durante le riprese di Shakespeare in love le venivano dei dubbi.
Si sentiva circondata da attori che recitavano Shakespeare da una vita
e quindi sapevano il fatto loro.
Lei credeva di non essere all'altezza. Non era vero, ma era comprensibile.
Le ho detto: "Dovresti lavorare in teatro".
"Dovresti recitare in teatro. Saresti bravissima
e riusciresti a capire
come si sviluppa la capacità di prendere decisioni istintive
su determinati momenti e determinate scene,
o sui personaggi."
Lavorando in teatro si educano i propri istinti,
si capisce in che modo ci guidano.
E a ogni replica si scopre qualcosa di nuovo, grazie alle conferme del pubblico.
Quindi le ho detto di fare teatro.
Ci eravamo messi d'accordo per fare qualcosa assieme
dopo Shakespeare in love, ma l'occasione si è presentata solo più avanti, con Proof.
Recitare in un teatro londinese è stato molto rischioso per lei,
perché si sa che lì i critici sono spietati e crudeli
quando hanno a che fare con star cinematografiche
che sfruttano la scena teatrale londinese per darsi maggior credito.
E infatti avevano affilato per bene le armi
alla vigilia della prima di Londra,
ma poi Gwyneth è stata elogiata all'unanimità,
e devo dire a ragione.
È interessante se si considera la recitazione nel film
perché l'opera è andata in scena al Donmar Theatre,
o Donmar Warehouse, che è un ambiente molto intimo,
può ospitare 300 persone, ma gli spettatori sono molto vicini agli attori.
Chi è in prima fila riesce quasi a toccare gli attori che sono sul proscenio.
La scenografia era minima.
Il set era poco arredato e spoglio,
quindi la pièce è risultata ancora più intima.
Credo che mettere in scena l'opera le sia servito per prepararsi al film
perché in teatro il pubblico era vicino a lei tanto quanto la macchina da presa nel film.
Credo che recitare l'opera in teatro sia stata un esercizio di preparazione.
Non che fosse stata fatta per quello, intendiamoci, era fine a se stessa,
ma di sicuro le ha fatto capire come affrontare il tema nel film.
Ed è stato utile anche per me
quando pensavo a come trasporre la pièce in un film
e mi chiedevo se avrebbe avuto successo,
se, cioè, la versione cinematografica sarebbe risultata interessante.
È stato utile guardare l'opera teatrale
ed esaminarne i vari aspetti
osservando la reazione del pubblico.
Secondo me la caratteristica dell'opera
che la rendeva adatta per un film
era l'intensa soggettività della storia.
Si hanno due punti di vista:
c'è un filo narrativo evidente e uno nascosto,
che è quello che si svolge nella mente della protagonista, la quale si chiede:
"Sono pazza o no?"
"La mia versione dei fatti è quella giusta?"
"E una versione valida?"
La scoperta di questo filo narrativo nascosto
a mio parere era la chiave per trasformare l'opera teatrale
in una produzione cinematografica.
Bisognava mettere lo spettatore nella stessa posizione della protagonista,
rivelargli i suoi ricordi,
rivelargli i fatti che l'hanno portata alla situazione che si vede all'inizio,
in cui lei è seduta su una sedia con un'espressione completamente vuota,
con una tabula rasa in testa.
- Non troverai niente. - Ci sono 103 quaderni.
Era un grafomane, Harold. Lo sai cosa significa?
Scriveva sempre. Chiamami Hal.
Era come una scimmia al computer. 103 quaderni pieni di stronzate.
Sono pronto a esaminare ogni pagina.
Vale la pena dire qualcosa sullo stile che ho adottato in generale.
Mi riferisco alla fotografia e all'approccio visivo.
A un certo punto avevo pensato di girare tutto il film con la macchina a mano
per enfatizzare lo stile osservativo del film,
per far calare il pubblico nell'ottica della protagonista,
ma poi ho capito che sarebbe stato troppo invadente.
Anche se in alcune parti del film ho adottato questo stile,
ho preferito girarlo quasi tutto con la steadicam,
ma non usandola nel modo tradizionale, cioè cercando di imitare la macchina fissa
e andare però là dove questa non riesce ad arrivare,
bensì usandola per creare un leggero senso di instabilità
che riflettesse fisicamente gli eventi.
L'inquadratura non è ferma, oscilla leggermente.
Rispecchia lo stato mentale precario della protagonista.
È una sfumatura, se vogliamo, ma trovo che conferisca immediatezza al film.
Non volevo che il tutto risultasse troppo studiato e perfetto.
Spesso è questo il pericolo che si corre nel trarre un film da una pièce teatrale.
Si finisce per imitare la cornice del proscenio
tenendo l'inquadratura fissa e limitando i movimenti degli attori.
Volevo che l'attenzione del pubblico
si adattasse a quello che succedeva ai personaggi,
non che i personaggi si adattassero all'inquadratura.
Dammi lo zaino.
Perché?
- Voglio guardarci dentro. - Cosa?
In questo punto fa capolino il concetto di "dimostrazione".
Non si sa cosa lei stia cercando, ma vuole una prova che lui non ce l'abbia.
Questa scena va al cuore della storia, quindi vale la pena parlarne
perché ha a che fare con la soluzione che il film offre alla fine.
Quando abbiamo messo in scena l'opera teatrale
al teatro Donmar di Londra, in cui io ho curato la regia
e Gwyneth Paltrow ha interpretato la protagonista, come nel film,
l'aspetto su cui ci siamo concentrati per capire cosa dovesse succedere
è stato l'elemento che sta alla base di tutta la storia,
ossia una cosa che la protagonista ha fatto, ha scritto,
e che, per una ragione che è basilare comprendere
per sapere come interpretare il ruolo e come dirigere l'opera,
ha preso e ha nascosto.
L'ha messa via, l'ha sotterrata, l'ha negata.
Di fatto l'ha chiusa in un cassetto della scrivania del padre.
Quello che lo scritto dice di lei è di basilare importanza.
È questo il problema che deve affrontare.
Il gesto con cui ha chiuso la dimostrazione nel cassetto
e i sentimenti che sono collegati a quella decisione
sono il problema che la storia deve rivelare.
Durante le prove dell'opera teatrale le dicevo: "Perché l'hai fatto?"
"Che significato ha?"
Il processo, il gesto,
l'atto di sotterrarlo
rappresenta, in termini psicologici, una specie di rifiuto,
perché è preoccupata di ciò che quello scritto può dire di lei:
se proverà il suo valore o la sua incapacità,
se proverà che è sana di mente, o magari che è un genio.
Ma non è questo che lei si chiede.
Lei si chiede semplicemente se lo scritto che ha chiuso nel cassetto
dirà su di lei le stesse cose che gli scritti del padre hanno detto su di lui.
In questo momento il quaderno è una cosa a cui non osa pensare
e che crede che lui abbia nello zaino.
Alla fine scopre che lui ha preso un quaderno,
ma non quello che pensava, bensì uno che dice qualcos'altro su di lei.
Quello che emerge in questa scena è interessante per la narrazione.
Ecco un'altra corrispondenza matematica:
la pagina del diario del padre, di cui lei non sapeva niente
e che fa capire come lui considerasse la loro reclusione
nel periodo in cui soffriva di psicosi e lei si prendeva cura di lui,
è stata scritta in questo giorno che si vede adesso.
Questa è la bella notizia a cui lui fa riferimento.
Qui si inizia a capire,
almeno lo spero,
perché si torna ossessivamente a quel giorno.
È il giorno in cui lei gli dice che vuole riprendere in mano la situazione,
che andrà via per seguire la carriera, gli studi, e fare la vita che desidera,
perché lui sembra potercela fare da solo.
La schizofrenia non gli dà problemi da nove mesi,
ha ripreso a insegnare all'università di Chicago,
ma in questa scena si capisce quanto il suo equilibrio sia fragile
e come sia profondamente sconvolto da questa notizia.
Lei lo nota. In fondo lo sa.
Il ricordo ossessivo di questo momento diventa estremamente significativo
perché lei pensa che sia stata la decisione di lasciarlo
a farlo ricadere nella malattia
e a fargli scrivere centinaia di quaderni pieni di sciocchezze.
Qui entra in gioco una nuova energia.
Meglio tardi che mai, penserà qualcuno.
Un nuovo asse della storia, l'altro personaggio della vita di Catherine:
la sorella che se n'è andata di casa,
che è riuscita a costruirsi una vita sua a New York.
Quella che fa più cose assieme:
parla con il fidanzato, si occupa della lista nozze,
fa fare una doccia alla sorella e la costringe a uscire.
Questo breve dialogo è un'opera d'arte.
Prendi un caffè.
- Nero. - Mettici un po' di latte.
Il fatto che una sorella ricordi all'altra che lo prende nero
e che questa le dica di metterci il latte riassume il loro rapporto.
Chiunque ha fratelli o sorelle, o un rapporto stretto con un genitore
conosce la sensazione,
quel profondo senso di irrazionalità
che si prova quando una persona vicina non ci capisce fino in fondo
e insiste nella sua versione dei fatti.
Non imbrogli mai, cancellando qualcosa che non hai ancora fatto?
Sarebbe come imbrogliare me stessa.
Giusto.
Qui c' è un concetto interessante
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